Autore: Cristian

  • La luna di sempre

    Questa sera cammino in campagna con il cane. È quasi buio, il cielo è terso e sopra di me compare una Luna quasi piena.

    Mi fermo a guardarla.

    Penso che dalla Terra ne vediamo sempre la stessa faccia. Eppure quella sola faccia ci è bastata per renderla inesauribile: l’abbiamo fatta entrare nelle canzoni, negli scritti, nelle confidenze e nei momenti più intimi.

    Ne osservo la rotondità, il bianco e tutte quelle sfumature che, da lontano, sembrano disegnate apposta per trattenerci con lo sguardo.

    Penso a quanta emozione possa aver regalato a due ragazzi seduti in riva al mare. A quanto conforto abbia offerto a chi, sentendosi solo, ha alzato gli occhi nella notte. A quante volte la sua luce abbia indicato una direzione a qualcuno smarrito in un bosco.

    E penso alla forza invisibile con cui, da lassù, accompagna il movimento delle maree.

    Forse è proprio questo che mi affascina: la Luna non cambia per noi, eppure riesce ogni volta a muovere qualcosa dentro di noi.

    Questa sera non le chiedo risposte e non cerco significati nascosti. Mi fermo, con il cane accanto, e faccio la cosa più semplice che spesso dimentichiamo: la contemplo.

  • Parole in prestito

    Questa mattina ho acceso il cellulare e, tra le notifiche, ho trovato un reminder per un webinar e un promemoria per un open day.

    Prima ancora di pensare agli impegni, mi sono accorto di quanto le parole straniere abbiano invaso il nostro linguaggio quotidiano.

    Capisco che viviamo in un mondo sempre più internazionale: siamo tutti internazionalizzati e, a quanto pare, internazionalizzabili. Le lingue vive cambiano, accolgono parole nuove e si contaminano. Quello che mi fa riflettere, però, è la facilità con cui termini italiani ancora perfettamente adatti vengono dimenticati e sostituiti.

    Quando vengono riscoperti e pronunciati conservano un fascino classico, quasi nobile. A volte fanno sorridere, soprattutto i più giovani, come se appartenessero a un tempo ormai lontano. In me, invece, suscitano una profonda ammirazione: forse perché riportano alla luce qualcosa che avevamo, senza rendercene conto, lasciato indietro.

    Così, tra un meeting fissato in agenda, una call spostata per un problema di timing, una deadline da rispettare, un feedback da condividere e un weekend dedicato al relax, continuiamo a sentirci smart e al passo con il trend, senza accorgerci che, nel frattempo, stiamo mandando offline una parte della nostra lingua.

  • Un incontro non è fatto solo di parole

    La mancanza di contatto umano nei dialoghi e nelle interazioni quotidiane viene spesso sottovalutata.

    È facile attribuirne la responsabilità alle nuove modalità di comunicazione: incontri da remoto, messaggi scritti, conversazioni attraverso uno schermo. Eppure mi accorgo che qualcosa può sfuggirci anche quando siamo seduti davanti a una persona.

    Quanti scambi abbiamo ogni giorno? E quanto poco, alla fine, rimane nella nostra memoria?

    Ricordiamo forse il contenuto principale, ma perdiamo molti particolari che hanno partecipato a quel momento: il colore degli occhi, un gesto delle mani, i rumori intorno a noi, una voce particolare, la sensazione di caldo o di freddo.

    Dettagli apparentemente inutili rispetto al discorso. Eppure erano lì. Forse hanno influenzato il modo in cui abbiamo ascoltato, risposto o percepito quella persona.

    Nel prossimo incontro voglio provare a fare una cosa semplice: scegliere uno solo di questi elementi, prestargli attenzione e conservarlo nella memoria.

    Poi domandarmi: se fosse stato diverso, avrei vissuto quella conversazione nello stesso modo?

    Forse essere davvero presenti comincia proprio da ciò che normalmente lasciamo passare inosservato.

  • La parte del mondo che non fa notizia.

    In questo periodo mi accorgo di guardare i giovani, soprattutto gli adolescenti, attraverso una lente poco indulgente.

    Mi arrivano immagini di superficialità, maleducazione, violenza e beni comuni danneggiati. Episodi gravi, capaci di provocare rabbia. La mia prima reazione è stata desiderare punizioni severe.

    Dietro quella durezza, però, forse c’è anche paura: la sensazione che il mondo intorno a me stia diventando meno sicuro, meno rispettoso e più difficile da comprendere.

    Oggi mi sono fermato su un dubbio: e se non fosse tutto così nero?

    La finestra attraverso cui guardo fuori è fatta soprattutto di notizie, media e social. Ma ogni finestra ha un’inquadratura. Ciò che scandalizza, spaventa o indigna viene mostrato. Un gesto educato, un ragazzo responsabile o qualcuno che si prende cura di ciò che appartiene a tutti difficilmente fa notizia.

    Quella parte del mondo rimane fuori dall’immagine.

    Questo non cancella ciò che accade e non rende meno gravi certi comportamenti. Mi ricorda, però, che ciò che vedo non coincide necessariamente con tutto ciò che esiste.

    Mi viene in mente un esempio semplice: nove calcoli sono corretti e uno è sbagliato. Il nostro sguardo cade immediatamente sull’errore, quasi dimenticando gli altri nove.

    Forse dovrei allenarmi a cercare anche ciò che funziona. Non per consolarmi, ma per evitare che la parte peggiore diventi, ai miei occhi, il mondo intero.

  • Accomodiamoci

    Tempo fa, guardando un film, mi è rimasta impressa una scena.

    C’era un piccolo negozio pieno di cianfrusaglie. Uno di quei posti in cui si entra quasi per caso, magari attirati da qualcosa intravisto dalla vetrina.

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